CAMBIA LINGUA

Palon De la Mare 3703 M

Ridendo e scherzando è già passata una settimana, corre veloce il tempo.
La gita è la “classicissima d’estate”, la salita su ghiacciaio. Quest’anno la meta è il Palon. Siamo in 18, un gruppo affiatato e simpatico con le solite facce ben note e alcuni giovani alle prime esperienze in alta quota. 
La sveglia alle 4 di mattina rischia di essere vana, il cielo e coperto, nuvi ovunque, piove. I più determinati tornano a dormire….io e Marco, capigita, dobbiamo rimanere all’erta. Per fortuna intorno alle 5 smette e si apre un po’. Allora decidiamo di partire. 
Siamo fortunati, rapidamente il cielo si pulisce, prima sulle cime intorno a noi e poi anche sulla nostra meta di giornata. Risaliamo la faticosa morena piano piano, e intorno alle 7.30 siamo sul ghiacciaio. Dopo le operazioni di imbrago e legaggio in cordata ripartiamo. Siamo soli. Decisamente fortunati. Possiamo gustarci il panorama  il paesaggio tutto per noi. 
 La vetta è deserta, uno spettacolo magnifico. Ci aspettiamo tutti, ridiamo scherziamo. Foto di rito. 
Scendendo Elio ci parla delle baracche della guerra, ci indica la linea del fronte italiano e di quello austriaco..la bellezza di questi luoghi stride con le pene e sofferenze di chi quassù a combattuto. 
La birra al rifugio conclude la bellissima giornata. 
Un pò meno l’oretta di coda al rientro. 
Grazie a tutti per la bella compagnia.

Risaliamo la faticosa morena all’alba

Il cielo è nuvoloso, ma si sta aprendo

Operazioni di imbrago sul ghiacciaio.

E poi via, siamo soli, in un ambiente bellissimo.

La cima si scorge, manca poco!

Foto di gruppo (scusate l’inquadratura, ma è un autoscatto)

e poi giù, verso la meritata birretta.

Rifugio Branca, la neve d’estate.

Avevo circa dieci anni quando per la prima volta salii al Rif. Branca. Poi non ci ero più stato. Eppure è un posto a cui sono rimasto molto affezionato, è il luogo dove per la prima volta la montagna mi sorprese e mi emozionò. Quella specie di nodo alla gola che ti prende, quel misto di felicità e sorpresa che ancora oggi provo nelle salite un po’ speciali, in compagnia di persone a cui sono molto legato o di fronte alle montagne importanti. 
A dieci anni, avevo degli scarponcini della Timberland, uno zaino Invicta, gli immancabili pantaloncini corti, che mettevo da marzo a novembre (unico caso nella classe) e una maglietta di cotone. Avevo una incredibile borraccia arancione, di alluminio, tutta deformata e rigonfia, che forse ancora oggi conservo e a cui mi attaccavo e bevevo, impregnato com’ero di sudore e di sete. Una sete boia, quelle di chi non sa gestire lo sforzo e cammina e suda senza tregua. 
Mi ricordo che sbuffavo stanco e annoiato lungo la strada che saliva al rifugio, continuando a domandarmi quanto mancava. Era una gita di ben tre giorni in quinta elementare, una cosa avveniristica per quei tempi, organizzato dal mitico maestro Egidio, la cui popolarità tra i genitori aveva creato il giusto sostengo ad un esperienza di questo tipo. C’era anche mio padre, che mi ricordo insisteva un casino sulle calzature giuste, lui, che da membro del Soccorso Aereo dell’Areonautica, recuperava spesso durante il servizio escursionisti sprovveduti e mal equipaggiati. Io ero molto orgoglioso che mio padre era dell’Areonautica, volava sugli elicotteri, un mestiere figo. Ero orgoglioso che rompeva le balle, mi dava l’idea dell’esperto. 
Il cielo era grigio, l’aria fredda, era maggio, ma un nebbione avvolgeva quasi tutto. Gli altri bambini erano un po’ avanti, mio padre forse un po’ dietro. Salivo solo lontano da tutti.  Almeno così a me pare di ricordare. 
A un certo punto girato l’ultima curva mi apparve il rifugio. Finalmente, pensai. In quello stesso momento, o poco dopo, o poco prima,  la nebbia si alzò un po’ …e apparve maestoso il ghiacciaio dei Forni in tutto il suo splendore. 
Rimasi a bocca aperta. 
A dieci anni io non avevo il concetto di ghiacciaio in testa, non lo avevo mai visto nemmeno in foto, credo. Forse il Maestro Egidio non me lo aveva ancora spiegato o forse era proprio la lezione di quella giornata. 
“la neve? com’è possibile così tanta neve? La neve c’è in inverno. Siamo a primavera”.
Con questa domanda e lo stupore in testa raggiunsi il Rifugio. Ero affascinato e felice. Aveva incominciato a nevicare, o forse grandinare. 
L’organizzazione e l’apprensione degli adulti ebbe il sopravvento, finimmo nell’invernale al caldo e all’asciutto. Finchè smise. Poi si richiuse tutto e il ghiacciaio non lo rividi più. Scendemmo a S. Caterina.  
Ho pensato spesso negli anni al Rifugio Branca…il posto dove è la montagna per la prima volta mi ha emozionato. E ancora oggi, adulto, ritrovo in quello stupore e in quel senso di felicità (benchè effimera), la motivazione per andare in montagna. 
Grazie all’Egidio, a mio padre e a chi avuto voglia di portarmi in giro in tutti questi anni. 
Dovevo scrivere del palon de la mare. Ma scusate mi è uscita questa cosa qua. 
Nando

Il Rifugio Branca

Tre Valli

Forte
pioggia mista a grandine…questo il sabato sera a casa mia! E pensavo tra me e
me: “Ma dove vuoi andare domani, Davide! A fare la
Tre Valli? Ma sei matto? Le strade saranno disastrate,
ci sarà fango ovunque, e forse pioverà! Ne vale davvero la pena?”

E’
mezzanotte, ricontrollo inutilmente e per la cinquantesima volta le previsioni
meteo su internet, i pensieri rimbalzano su altre mete (peraltro da inventare
al momento), e dopo qualche ripensamento punto la sveglia senza indugi per le
cinque del mattino…si va e basta!
Con
la tranquillità che mi contraddistingue, arrivo in auto ad Anfo, sulla sponda
occidentale del lago d’Idro, e comincio a prepararmi. E’ domenica, so che ci
sarà un po’ di traffico, ma penso anche che tra i mille goletti, passi, dossi, gioghi
da valicare incontrerò ben pochi mezzi. Ebbene, salgo la Valle di Caffaro e giungo,
dopo circa 30 km
di ascesa (e 30 cartelli chilometrici in versione “conto alla rovescia”), al
Passo Crocedomini. Il tempo è bello, il paesaggio spettacolare e io mi sento
bene. Da qui comincio a percorrere la strada statale 345 delle Tre Valli (Val Camonica – Val
Trompia – Val Sabbia) che mi permette di raggiungere, attraverso saliscendi e
tratti alternati di asfalto e sterrato, il Passo del Dosso dei Galli, in
prossimità dell’ex Base Nato. Successivamente scendo al Passo Maniva, tagliando
con il coltello una nebbia fittissima, del tutto paragonabile a quella milanese
in inverno, e poi mi dirigo verso il Passo Baremòne lungo un’adrenalinica
strada – mulattiera, prima di scendere in picchiata ad Anfo.
Pedalata
lunga, intensa e dai mille risvolti emotivi, e solamente a distanza di qualche
giorno questi posti cominciano a mancarmi…
Davide
Anfo, sul lago d’Idro
 Passo Crocedomini
 la Tre Valli
 verso il Dosso dei Galli, dove spicca l’ormai inutilizzata ex base Nato
 Passo Maniva
 appostamenti militari della Grande Guerra
 la strada del Baremòne
 le gallerie militari
 Forte di Cima Ora
 la discesa verso Anfo
  la Rocca d’Anfo

Monti Lessini

Nonostante questo ultimo fine
settimana sia stato pronosticato incerto dal punto di vista meteorologico (come
tutta la stagione!), ho deciso di trascorrere la giornata di sabato in terra
cimbra, all’interno del Parco naturale regionale della Lessinia, sperando di
azzeccare la giornata giusta, pur accettando qualche misera goccia di pioggia
(misera mi raccomando, visto che per arrivarci bisogna fare 160 km in auto).

Ma i Monti Lessini cosa hanno di
particolare? Sono solo alture e pascoli a perdita d’occhio con vista sulla
pianura veronese, penserete voi…E invece no! Da qui il panorama spazia in tutte
le direzioni con vista sui gruppi del Baldo, dell’Adamello, del Brenta, del
Carega, ed infine sul lago di Garda.
E quindi? E quindi si pedala, ragazzi!!!
Traccia definita con il
pennarello sulla cartina (niente GPS per favore…io sono ancora allo stato
primordiale), affronto un giro ad anello partendo da Bosco Chiesanuova. I primi
chilometri su asfalto si presentano panoramici ma poco divertenti, e quando
cominciano i tratti sterrati trovo delle motivazioni in più! Raggiungo posti
dai nomi più insoliti (malga Fanta, Spluga della Preta, Bivio del Pidocchio,
Vajo dell’Anguilla, Pozza Morta, Squarantello) percorrendo veramente a perdita
d’occhio quasi tutte le sterrate del comprensorio, tra Malghe, Rifugi, Bivi, forme
geologiche particolari e in generale paesaggi morbidi e riflessivi.
Il tempo sembra volgere al peggio
verso mezzogiorno, ma poi i neri nuvoloni si dirigono verso valle, e allora lo
sconforto si tramuta in ottimismo, esplosività e voglia di esplorare. Due
misere (yuhù, misere!!) gocce di pioggia non mi impensieriscono, anzi trovo il
tempo di fermarmi un sacco di volte per ricercare il miglior scatto fotografico
sulla stessa zona, poi, quando il tempo diviene bello bello, si concretizza l’idea di aggirare il M. Tomba (un altro nome insolito), salendolo peraltro,
e poi per completare l’opera (cominciata alle 8:45 e terminata alle 19:30 ma
con soste comprese, non che qualcuno di voi pensi male…) faccio altre brevi
salite con viste mozzafiato ed un’ulteriore deviazione che mi permette di
visitare la Valle
delle Sfingi.
Che dire, la zona è veramente
bella, meritevole di essere visitata anche da chi ha sempre le mani sporche di
magnesite, e anche senza fare quello che ho fatto io in giornata (96 km), la zona si presta
benissimo a delle escursioni ciclistiche di facile impegno, lasciando l’auto
già in alto (San Giorgio), ricordandovi però che anche in basso ci sono tante
attrattive come i musei etnografici, paleontologici e geopaleontologici che
varrebbe la pena di visitare.
Davide
 
 Erbezzo, comune cimbro
 Passo Fittanze (con vino in borraccia?)
 Mandria a riposo nei pressi del Corno d’Aquilio

classiche architetture cimbre

Rifugio Castelberto

Pedalata rilassante

Podesteria e M. Tomba

Gruppo del Carega da Pozza Morta

Passo del Branchetto

ampi spazi verso Castelberto

Giazza, altro comune cimbro

Valle delle Sfingi

Via Micoli-Soravito, Anticima Sud di Meluzzo

La neve ancora abbondante in quota ci “costringe” ad una trasferta nelle dolomiti Friulane. Più basse ed esterne, quindi potenzialmente con vie sgombre di neve e asciutte. 
Le zone di Mauro Corona, per intenderci. 
Poco male, accetto di buon grado la proposta del mitico Alfio, che mi consentirà di vedere posti nuovi, che non sono abituato a frequentare. 
La valle è quella del ben più famoso Campanile di Valmontanaia, che decidiamo cmq di evitare (con un po’ di rammarico) a causa delle due ore di avvicinamento e l’ora tarda di arrivo nella valle. 
Fanno parte della combriccola anche Donato, con il quale ho già fatto alcune belle vie, e Sabrina, una ragazza che non conosco, ma con un curriculum alpinistico di tutto rispetto. 
La via Micoli-Soravito sale la faccia destro del gran diedro che si nota sulla sx orografica della valle. Complessivamente è una via da non sottovalutare, non tanto nel tiro duro (VI, V+), ben chiodato, ma sui tiri più semplici, caratterizzati da roccia “slavata” piena zeppa di svasi e piccole tacche, che costringono ad una arrampicata di equilibrio e molto “aleatoria”. La chiodatura è pressochè assente (3-4 chiodi in tutta la via), anche se le soste sono spittate. Se si seguono camini e fessure si integra comunque abbastanza facilmente con friend e stopper…mentre di clessidre nemmeno l’ombra. Nel complesso una arrampicata molto psicologica, che necessita di una concentrazione elevata. 
Anche questa volta Alfio ha trovato itinerario non banale su cui ingaggiarsi e mettersi alla prova!
Saliamo un po’ lenti, ma la giornata è bellissima e non presenta problemi. L’ottima compagnia e preparazione dei compagni rende piacevole l’itinerario e gli ultimi due tiri esposti e verticali aggiungono valore alla scalata e mi “esauriscono” fisicamente. Sono contento di lanciare le doppie e scendere, non è stata certamente una salita in puro relax. 
Durante la pausa merenda prima di rientrare abbiamo avuto modo di apprezzare l’ospitalità friulana, gente asciutta e pratica, ma decisamente simpatica. 
E poi dopo un week end intenso si rientra alla normalità. Città, treno, Milano, lavoro.
E già la voglia di ripartire verso i monti pallidi.  
La valle e la via
Donato sul quarto tiro. Alfio nel Tiro chiave, Sabrina sul tiro finale. Io in posa plastica. 

Doppie e dopo un paio d’ore, landed.

Compagni di cordata, compagni di giornata

Si rincasa la sera pensando alla prossima..

Via Baldo Groaz, Pian della Paia, Arco.

La Baldo-Groaz sarà pure la prima via scalata al Pian della Paia, ed ha certamente un valore storico.

Però a tutto c’è un limite.
1L. Tiro sui biscotti sbriciolosi.
“va beh dai è lo zoccolo, sopra andrà meglio”
2L. Tiro su sentiero erboso fangoso, che si infila in un camino marcio
“va beh dai, è un tiro di collegamento, poi migliora”
3L. Tiro in camino terroso con massi instabili
“mmm ma cos’è sta roba”
4L. Lunghezza in traverso, prima sentiero erboso e poi roccia friabile come wafer
“ok, è ufficiale, sta via fa schifo”
5L. Camino fessura si scala su massi incastrati, si abbracciano blocchi dai 20 ai 100 kg, supposti stabili. 
“Alfio, non tirarli troppo che servono anche agli altri”
6L. Fessurina da proteggere, poi si esce
“eh dai questo è su roccia sana, quasi bello rispetto agli altri”
7L, 8L su placche proteggendosi sugli alberi. 
“va beh meno male siamo fuori da sta roba”
Per farla breve un inutile ravanage, adatto agli amanti dell’orrido. 
Se avete idea di farla….ve la sconsiglio vivamente. 
Ma i gusti sono gusti, vedete voi.

La parete

Avanziamo nella giungla

Canale fangoso

Ravanages

Foto di rito..perplessi.

Una classica che non può mancare

L’antimedale lo si affronta a marzo, aprile al massimo..freschi di palestra e con ancora qualche sciata da fare, prima di passare definitivamente alle scarpette.

Noi l’abbiamo fatta a giugno, a testimonanza della primavera balorda. Cmq ci siamo divertiti.

Qualche immagine e video

Elia

Marco (stèck e backèt)

Il diedrone

Foto in uscita

video